Visualizzazione post con etichetta Diario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diario. Mostra tutti i post

venerdì 8 maggio 2015

8 Maggio

Gesti a metà.
Lanciano il ricordo di lontane abitudini.
Ma qualcosa non torna.
Tu ci sei, l'altro no.

Oggi in macchina era papà a guidare e d'impulso stavo per prendergli la mano poggiata sul cambio.
Mi sono fermata a metà corsa.
Lo facevo sempre con il mio ragazzo, che non c'è più, da due anni e mezzo abbiamo preso strade diverse.
Per fortuna.
Ma l'abitudine di quel gesto rimane.
Come quello di chiamare Pippo per uscire, ma lo chiamo Ronnie, ma Ronnie è morto da pochi giorni e anche lui non c'è più.
Eppure ogni mattino quando mi sveglio e scendo le scale per andare in cucina, d'impulso il mio sguardo va li dove una volta c'era la sua cuccia.

Ci sforziamo di dimenticare per non soffrire, ma è tutto inutile.

sabato 25 aprile 2015

25 Aprile

Esco dalla palestra.
E' buio.
Un tempo di nuvole cariche di pioggia che non vogliono piangere.
Lo stereo della macchina suona Janine di David Bowie e ricevo una telefonata.
Hello Janine.

A casa dei nonni è un via vai di parenti più stretti e vicini.
Ognuno affronta a modo suo il dolore.
Mio nonno chiede se io pensi che lui stia bene con quei capelli lunghi, poi piange.
Mia zia ha deciso di prendere il controllo della situazione e in casa sta facendo tutto lei.
Poi c'è la cugina di mio padre.
Infermiera.
"Io ci sono passata, so come si fa. Ci penso io".
Perse il marito che era giovane ed affronta la situazione con dolore composto e distaccato ed intanto mi parla dei suoi nipoti che la sera prima le avevano dedicano una scenetta buffa.
La vicina.
Ostinata a pulire quelle scarpe alla perfezione.
"V. era una persona precisa e le sue scarpe devono essere perfette".

Una donna con tre figli maschi, ma in casa tutto è gestito dalle donne.
E' sempre così.
Anche nella morte.
Mio zio si lamenta, trova che il vestito scelto non sia esattamente il più bello.
L'altro zio vaga da una stanza all'altra, sembra fare cose che non sta facendo.
Mio padre è silenzioso.
Io guardo la valigetta aperta dei tipi delle pompe funebri, tra vari attrezzi simili a quelli di un chirurgo c'è anche uno di quei pennelli per il fard.

Nella "burocrazia" richiesta dal momento, prendo l'album per scegliere una foto.
Ne becco una di lei settantenne, con quell'espressione sua tipica di quando faceva la puntigliosa e la precisina... è ritratta mentre si sistema il rossetto allo specchio.
Penso che la cosa che più possa ferire non sia la visione di un corpo inanimato, perché li per lì psicologicamente ancora non te ne rendi conto, ma il ricordo di come lei fosse prima di diventare bambola.

Parlo per la prima volta e decido che quel diavolo di maglione che hanno scelto per rivestirla sia orribile.
Quindi prendo zia, apro l'armadio, scopro che aveva davvero pochissimi vestiti, scelgo una giacca nera, un foulard a pois e andiamo in camera a cambiarla.

La guardo.
Non è più lei.
Sembra una bambola.
Parliamo cercando di esorcizzare il dolore e l'imbarazzo, ci sentiamo un po' delle stronze per aver deciso di toccarla ancora e ci scusiamo con lei, ma quel maglione è indecente per una donna che era abituata a essere sempre "in ordine".
E non fa effetto toccarla e cambiarla perché è fredda, non parla, non mi guarda, non c'è.
La alziamo reggendole la schiena.
Calda.
Questo fa strano.
E quella lacrima che le esce dall'occhio, le riga con freddo distacco una guancia scavata e fredda:
sono gli ultimi ricordi che il suo corpo ha della vita.

Ognuno dunque affronta a modo suo il dolore.
Chi parlando, chi piangendo, chi in silenzio catatonico, chi lamentandosi e chi litigando.

Oppure c'è chi scrive ricordandoti sulle note di Janine in quell'immagine di te allo specchio così splendidamente viva.


venerdì 17 aprile 2015

17 Aprile

Parliamo un po', soprattutto di cazzate, in fondo non ci conosciamo.
Poi cala il silenzio.
Lo interrompe:
-Guardandoti pare di avere davanti qualcuno senza problemi.
Appari intelligente e forte oltre che interessante.
Poi sorridi e ti guardo.
Il tuo sorriso nasconde una profonda tristezza, è un non sorriso, e ti relazioni indossando una maschera che par proteggerti un po'.
Credo tu abbia sofferto molto anche se non so perché.

Ritratto di Juanita Forbes, Pietro Annigoni.


domenica 5 aprile 2015

5 Aprile

E' finita.
E' durata solo poche settimane.
Lui, così rassicurante e calmo.
Io, così ansiosa e tesa.
Insieme funzionavamo.
Ma lo vedevo solo la sera, frequentandolo a piccole dosi.
Mi rilassava e con lui accanto riuscivo a scrivere.

Ascoltavo la musica insieme a te, nel letto, e con te guardavo le serie tv addormentandomi leggera tra le tue braccia.

Il mattino mi svegliavo, placida ma incompleta.
Insoddisfatta.

Il problema è che in una relazione non ci si può vedere solo la sera.
Ed è per questo che due giorni fa ho deciso di lasciarlo.

Ma quando cala il buio, la mancanza di lui si fa sentire.
Perché aumenta la solitudine, il bisogno di affetto, di protezione.
Aumenta l'ansia.

Ed allora ad affrontare i fantasmi mi ritrovo nuovamente sola ma squisitamente vera.
E preferisco così.

Addio Xanax.

giovedì 26 marzo 2015

#MuseumWeek

Twitter e i suoi hashtag.
Questa è la settimana del #MuseumWeek.

Nell'ultimo anno ho girato molto per l'arte anche se mi rendo conto che non è mai abbastanza:
dai tesori nascosti del Trasimeno, a Milano, Perugia, Napoli, due volte Bologna e Roma.
Penso:
ma quali sono le opere che in assoluto mi hanno non semplicemente colpito, perché l'arte ti colpisce sempre in un modo o nell'altro, ma che mi hanno letteralmente e inaspettatamente tramortito?



1.

Cristo alla Colonna, Bramante
Pinacoteca di Brera, Milano


Me la sono ritrovata davanti quasi per caso.
Io che ero andata alla Pinacoteca di Brera curiosissima per il Cristo di Mantegna sono invece stata rapita da quest'altro.

Una tela che trasuda sofferenza.
Un occhio nero.
Lacrime che scorrono quasi impercettibilmente.
La sofferenza del Cristo diventa sorprendentemente la tua.
E rimani scossa.
Profondamente.
Si, da Atea.

2.

Giuditta e Oloferne, Caravaggio
Galleria Nazionale di Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma


Palazzo Barberini.
Sala vuota.
Sola davanti a lei.
L'emozione di chi ce la sta facendo (Giuditta) entra nella carne di chi la guarda e diventa il proprio desiderio di rivalsa.
Uno shock emotivo molto forte.

3.


L'adorazione dei Magi, Perugino
Oratorio di Santa Maria dei Bianchi, Città della Pieve



La placida calma di questo grande affresco ti impressiona per quanto etereo, perfetto, bello, armonioso.
Non si può capire da una foto, bisogna andare a Città della Pieve e guardarlo dal vivo.

Ma torniamo a Roma.
Dopo aver visto la Giuditta di Caravaggio, scendo le scale per visitare il piano terra.
Mai avrei pensato di poter vivere un'esperienza così particolare.

Spiego.
Ora di pranzo.
Museo vuoto.
Perfetto.
Il primo e il secondo piano visti, mi ritrovo al piano terra.
Chiuso.
Chiedo.
Riapre più tardi, mi rispondono.
Cavolo, non ci sono con i tempi.
Che peccato.
Alamanno e il Perugino li vedrò un'altra volta.
Signorina, non is preoccupi le faccio aprire le porte dal custode.
Avete capito bene.
Immaginate la scena de La Grande Bellezza.
Lui con le chiavi di Roma e lei che lo segue eccezionalmente immersa nella storia e nell'arte.
Uguale.
Solo che invece della Ferilli c'ero io (con meno tette e un vestito più casto ma ora che ci penso neanche tanto...!) e invece di Servillo un simpatico custode.

Insomma.
Mi sono vista tutta la collezione del piano terra DA SOLA.
A porte CHIUSE.









(Per i più curiosi, Alamanno, Perugino e Raffaello gli ultimi tre)

Bene, questo è il mio piccolo contributo per la settimana del #MuseumWeek.
In settimana dovrebbe arrivare la mia quarta lezione di sMontati ad Arte sul LoL, un bel post sulle donne di Caravaggio e lì ritornerà un po' quello che è il mio stile dissacrante!

Capre, per oggi ho finito.

Andate, sparpagliatevi e copulate.

Amen.

martedì 24 marzo 2015

24 Marzo

24 Marzo 2014

Capelli biondi.
Lunghi.
Occhi azzurri.
Labbra carnose e rosse.
Mi sta aspettando.
Con la sua gonna.
E il telefono in mano.

Arrivo.
In ritardo, come al solito.
Il passo svelto.
Entro cercando di intravedere qualcuno di simile a quella pic di Twitter.

Ti riconosco.
(E' lei)
Mi riconosce.
(Ma non mi ha mai visto)

Sorridiamo, entrambe nervosamente...
Rapida presentazione e ci sediamo:
4 ore
2 caffè
pasticcini
Chiacchierando scopriamo mano a mano qualcosa di particolare, indefinito e vero che inaspettatamente stava prendendo una qualche forma.
E succede che iniziamo a frequentarci quasi ogni giorno.

Un anno dopo siamo ancora qui.
Stesso bar, stesso tavolo.
Più complici.
Bisticciamo come due adolescenti perché non siamo d'accordo sulla foto "simbolo" del nostro "anniversario".
Poi finalmente la troviamo:
lei si è sposata e quel giorno io ero lì ad allacciarle il vestito.

:)


lunedì 16 marzo 2015

16 Marzo

Prima o poi ognuno di noi dovrà decidere per qualcun altro.
Perché troppo vecchio.
Malato.
Incosciente.

Sei confuso perché non sai cosa devi fare.
Sai cosa non vuoi.
Non vuoi che soffra.
E ti rivolgi ai medici.
Chiedi loro un parere.
E te li ritrovi dietro a quelle scrivanie, freddi, distaccati e anche un po' stronzi.
Uno di questi mi fa:
"A mio padre quando stava male e non sapeva più nutrirsi, non gli ho messo alcuna pic (alimentazione per via venosa) o sondino.
Ho aspettato che lentamente si spegnesse.
Oggi si tende a forzare tutto, troppo.
Signorina, sua nonna è quasi arrivata.
Se il corpo non vuole più cibarsi è perché la "macchina" è giunta al termine del suo funzionamento.
Le consiglio la pic, provate a darle da mangiare, se ci riuscite senza forzarla beh siete stati fortunati.
Ma ho i miei dubbi.
Ma tentare non nuoce."

In settimana tornerà a casa.
Nella sua relativa demenza da Alzheimer lei non ripete altro: "Casa, casa".
E casa sia.
Nel frattempo passa le giornate a "giocare" a stirare le lenzuola, cucirle, sistemarle.
A volte è come se scuotesse una tovaglia per liberarla dalle briciole:
"Ma che casino. Chi ha messo in disordine? Quello non ha fatto niente. Chiudi la finestra. Ohhh si è allagato."
E parla così, sottovoce, come una continua lamentela.
Ogni giorno.

Ieri c'era quasi tutta la famiglia riunita in ospedale, un evento che non accadeva da boh almeno 10 anni.
E lei di colpo si è ripresa, arzilla, si guardava intorno stimolata e sembrava improvvisamente più viva.
E poi mi ha guardato a lungo le mani.
Fissato lo smalto.
Improvvisamente ha preso un angolo del lenzuolo e ha provato a togliermi lo smalto.
Poi ha cercato di sfilarmi gli anelli.
Mi sono avvicinata e ha fatto una smorfia.
Non sopporta i profumi.
Strana questa cosa.
A 89 anni le si è sviluppato molto l'olfatto.

Sono accanto a lei.
Oggi è particolarmente irrequieta.
Ha uno sguardo completamente smarrito.
Occhi sbarrati.
Una mano che ogni tanto si porta al viso per coprirsi gli occhi.
E' così confusa.
Ed io impotente.
Vorrei che lei si riprendesse, che continuasse a mangiare fino alla fine dei suoi giorni.
E invece è lì che non è più capace di inghiottire.
E una polmonite che i farmaci stanno tenendo a bada.
E non so cosa sia più giusto, se la pic o un sondino nello stomaco.
Ognuno dice una cosa diversa e io voglio solo che soffra il meno possibile.

L'orario di visite è terminato.
Cappotto, sciarpa, cappello.
Borsa.
Mi guarda.
E la lascio con tutti i miei dubbi su quel letto di ospedale.
E me ne vado malinconicamente via.

martedì 10 marzo 2015

10 Marzo

Terzo piano, a sinistra.
Dritto, poi in fondo e ancora a sinistra.
E sempre dritto.
Entro.
Non la vedo.
Esco.
"Scusi deve esserci un errore, qui non c'è".
"Signorina, è lei. Quella del letto B".
Quella del letto B...
Mi avvicino.
C'è una signora distesa ma non è lei.
Cristo.
E' lei.

Non la vedevo da 4 anni (la mia non è una famiglia propriamente unita).
Ma ora è lì, irriconoscibile e mi sento una merda per non essere andata a trovarla in tutti questi anni.
89 anni, Morbo di Alzheimer.
Finita in ospedale per una polmonite.
Un corpo di 140 cm ancora più piccolo ora che giace accartocciato su se stesso.
Una mano scheletrica le copre il volto.
Tolgo il cappotto, la sciarpa e il cappello.
Mi metto davanti a lei.
La fisso.
Impotente.
Un nodo alla gola mi impedisce di parlarle.
Lei c'è ma non c'è.
O forse si.
Le parlo.
Non risponde.
Neanche si toglie quella mano dal viso.
Mi siedo.
Rifletto su non so cosa.
Mi rialzo.
Torno da lei.
Le accarezzo la spalla nuda, calda e magra.
Reagisce.
Si toglie la mano dal viso.
Ha le guance rosse.
E lo sguardo totalmente perso nel vuoto.
Nonna, sono Maddy. La figlia di Carlo.
Carlo.
Tuo figlio.
Dopo viene a trovarti.
Carlo.
Le prendo la mano.
Così piccola.
Leggera.
Distrutta dall'artrite.
Ma le sue dita si animano e iniziano a tastarmi i polpastrelli.
E' attratta dal mio smalto rosso e non c'è verso che smetta di guardarlo.
Le stringo la mano.
Mai state così vicine in 33 anni.
Possibile che due persone debbano avvicinarsi solo in momenti come questi, quando ormai tutto è perduto?

Nonna.
Sono Maddy.
Maddy e Maria.
Una delle tue nipotine.
Alza lo sguardo.
Sta succedendo qualcosa.
Ha capito.
Pronuncia la metà del mio nome e mi guarda negli occhi.
Le lacrime le rigano il viso.
E rigano anche il mio.

Penso.
"Tu sei il timballo della domeniche a pranzo di 25 anni fa, le patatine fritte e le fette di pollo impanate.
E quelle lumachine di mare.
E l'odore di caffè.
E le 10mila lire ogni Natale.
E la tua parlantina pronta a farmi i cazziatoni.
Tutto il resto che di te non mi è mai piaciuto oggi lo voglio dimenticare.
Tu per me oggi sei questo".

Me ne vado.
La lascio.
Non è sola.
E' in compagnia dei suoi fantasmi.
E il suo volto, ora confuso, ora apatico, torna a fissare quel vuoto.
Quel vuoto che si porterà dentro fino alla fine dei suoi giorni.



domenica 1 marzo 2015

1 Marzo

Ascoli la Domenica mattina è diversa.
Un brulicare continuo di gente in Piazza del Popolo.
Bambini che corrono, altri in bici a tentare le prime pedalate.
Madri che urlano.
Padri che parlano di sport.
Qualche professore in pensione col giornale al Caffè Meletti.
Profumo di anisetta e sono solo le 11:30.

I Musei.
Vuoti.
Qualche tela di pregio in quel posto bellissimo che è la Pinacoteca in Piazza Arringo.
Un enorme ed irriconoscibile Tiziano non in ottime condizioni, mostra un San Francesco che riceve le stigmate.
Trittici e altri lavori davvero molto belli di Pietro Alemanno che curiosamente rappresenta Santa Lucia e Maria Maddalena con la stessa faccia.
Boh.
Tanti San Sebastiano, un San Rocco ovviamente in mutande, un probabile San Giorgio anche se mi sembra strano perché è più iconografia russa quella, tante Maddalene, Madonne ovviamente, a sorpresa anche diversi San Giuseppe.
Allora qualcuno in passato se lo cagava.

Un salto se lo merita anche il Galleria d'Arte Contemporanea "O. Licini" e mi vado a vedere diversi Licini appunto e un Fontana.
Oh.
A me Fontana è sempre piaciuto tanto.
Minimalismo, provocazione, sintesi, materia, sessualità.
C'è tutto in quei cazzo di tagli.
A sorpresa becco una mostra di Tullio Pericoli.
Che fottuto genio.
E un ritratto di Pasolini che mi ha lasciato a bocca aperta.

Esco.
Mi riavvio verso Piazza del Popolo.
Accedo all'entrata laterale della Chiesa di San Francesco, quella dal lato del Teatro Ventidio Basso, per intenderci.
Mentre sto per varcare la soglia di questa chiesa splendidamente gotica ecco che, come nei film, un ragazzo molto carino esce dalla chiesa.
Incrocio di sguardi.
Mi ha colpito.
Occhi azzurri.
E' più giovane.
Distolgo per un secondo lo sguardo.
Non resisto.
Lo riguardo.
Mi sta ancora guardando.
Non sorrido. Credo piuttosto di aver fatto un'espressione sfacciata.
Ero in parigine e quell'espressione ci stava tutta.
Purtroppo lui è alle mie spalle, e io oramai sono entrata.
Tutto finito.
E sono in questo luogo sacro.
Così goticamente spoglio.
Austero e semplice.
Mi fa sentire calma. In pace. In equilibrio.
E anche da qui me ne vado.

(E non importa se tutti questi posti li ho vissuti soprattutto con te, perché ora non sono più nostri, ma miei e non c'è più malinconia ad accompagnarmi nel ricordo di te con me, qui. )

E' l'una.
Sms di madre: "Il timballo è pronto, quando torni?"
E allora lascio la città tra l'odore di fritto di olive ascolane, un concerto di campane, un sole fiacco e un'arietta gelida.
E me ne torno verso il mare.












venerdì 27 febbraio 2015

27 Febbraio

Riporto di seguito le vecchie dichiarazioni di Allevi tanti capelli poco cervello, al Giffoni Film Festival di qualche anno fa:

"Un giorno ho capito che dovevo uscire dal polverone e cambiare approccio con la musica, anche se si trattava di quella classica. Stavo ascoltando a Milano la Nona Sinfonia di Beethoven. Accanto a me un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando sarebbe finita''. ''Credo che in Beethoven manchi il ritmo - sentenzia il compositore - io ho capito cos'è solo con Jovanotti. Nei giovani manca l'innamoramento nei confronti della musica classica proprio perché manca di ritmo".

Riformulo.

"Un giorno ho capito che dovevo fare musica di merda e ho avuto successo. Ora me la tiro come se avessi rivoluzionato il mondo della musica E INVECE ho solo copiato MALE compositori come Beethoven e Chopin".

Potrei continuare all'infinito e parlarvi di Beethoven e Chopin e di quelle estati intere che passavo sul pianoforte a sudare con il Chiaro di Luna o la Polacca in Do Diesis Minore invece di andare al mare.
Il ritmo sti stronzi dell'800 ce l'avevano così dentro nel sangue che io a suonare i loro pezzi ogni cazzo di sera mi ritrovavo con due polsi distrutti.

Allevi, teneramente vattene affanGulo.

Beethoven, Moonlight, 3rd Movement:

martedì 24 febbraio 2015

24 Febbraio

Sulla sobrietà di alcuni discorsi in palestra.

Ragazzetti delle superiori.
1. Ho saputo che una della scuola è rimasta incinta. Ma non posso dirti niente.
2. Ah.
1. Si. Sai chi l'ha messa incinta?
2. No.
1. Quello della 5C.
2. Ah.
1. Secondo te chi è?
2. Boh.
1. E' C...... R...., lo conosci?
2. Ah si.
1. E lei scusa ma non posso proprio dirti chi è. Comunque lei voleva abortire, lui non vuole prendersi responsabilità. Mi sa che lo tiene. Comunque io non posso dirti altro. Lei è quella della classe accanto alla nostra. Ora scusa ma devo chiudere la bocca. Tu, mi raccomando, non dirlo a nessuno! Capito? Manco a tuo fratello!
2. Okey...

Ora accantoniamo i due coglioncelli delle superiori.
Ho notato che, tra un peso e l'altro, gli uomini parlano moltissimo di donne.
E' tutto un:
"Hai visto chi c'è?"
"Oh sono uscito con quella."
"Domani torna la mia ragazza."
"Ieri l'ho vista con l'ex".

Le donne invece passano il tempo a specchiarsi e ad accarezzarsi i capelli.
Io invece sudo.
Talvolta impreco.

Amen.

domenica 22 febbraio 2015

22 Febbraio

Ore 14.32.
Pigiama.
Letto.
Quel solletico al petto, ed è l'ansia.
La fatica di ogni respiro.
Non posso vivere la mia vita così, in balìa dei miei umori.
Un viso triste è più brutto, invecchia peggio.
Un'anima non deve abituarsi ad essere infelice, altrimenti ci diventa per davvero.
Quando sto così mi viene voglia di chiudere con tutto quello che mi circonda.
Amici compresi.
Voglia di isolarmi anche una settimana e non sentire nessuno.
Ma l'equilibrio che io ritrovo in un confronto solitario con me stessa è forse un equilibrio effimero e falsato?
Spleen.
E allora navigo per non pensare.
Navigo per distrarmi, per cercare due risate nei social.
Arrivano, durano quel poco che durano per poi riscomparire.
Sono un ramo rinsecchito.
Non provo neanche più una qualsiasi pulsione sessuale.
Anche solo la sensazione di leggerezza provata dall'idea di un futuro innamoramento.
Non succederà perché io sono cambiata, diversa e disillusa.
Non ho più quella predisposizione.
E la mia amica che dopo la fine di una lunga storia ora si vede trascinarsi in un'altra dai bellissimi presupposti, ecco, la guardo con tenerezza. Lei è felice, ma io non riesco ad essere felice per lei perché non credo più a niente.
L'unica cosa in cui credo è l'arte.
Guardo le opere e mi sento improvvisamente viva.
E' la mia ancora e mi ci aggrappo con tutta me stessa.

sabato 21 febbraio 2015

21 Febbraio

Sabato mattina in palestra solo casi umani.
Me compresa.

Tizia sui 45 vestita alla cazzo che poggia il suo culo su uno dei tappetini consunti della sala.
Quella stronza parla per 20 minuti al telefono e urla.
Urla così forte che io non riesco a non sentirla nonostante i Metallica nelle cuffie.

Tizia e tizio 50enni in zona manubri.
Si conoscono di vista.
Lei: "Ommioddio Vincé ma quanto peso stai sollevando?"
Lui: "Drenda ghili, Lucià!"
Lei: "Oh no, non ci credo! FammeLO vedere!!! Ma è tantissimo!!!!"
Lui: "Aò ma io magno lasagne mica la verdura come attè!"

Continuano così per un quarto d'ora.
Io, snervata, sbotto improvvisamente a ridere in modo isterico non riuscendo a completare la serie dei Curl e attirando l'attenzione di tutta la sala.

Poi ci sono io.
Davanti allo specchio.
Mi guardo.
Sono figa, bel visetto nonostante oggi mi girino i coglioni da quando mi sono svegliata.
Non si sa bene per quale cazzo di motivo, ma mi girano.
Pare che quando sei nervosa, il mondo sia più nervoso di te e tu conseguentemente ti innervosisci ancora di più.

Dopo un pomeriggio passato a chiacchierare con amica e mangiare, stasera mi sparerò un film.
Da sola.
Con la mia gatta, lo Xanax e lo Spirito Santo.
Amen.

sabato 14 febbraio 2015

14 febbraio

Di me mi piace l'inconscio che spesso mi gioca scherzi di cattivo gusto, tipo quello di stanotte.
E neanche a farlo apposta...
Il Sogno della notte di San Valentino.

Esco di casa.
Fuori vedo un semicerchio di gente radunata.
Sono davanti al cancello di una villetta, completamente spalancato.
Aspettano qualcosa.
O qualcuno.
Gente che piange. Ma non vedo lacrime.
Piangono qualcuno che è morto.
Una ragazza.
Tra la folla commossa vedo una ventenne.
Vado da lei e la abbraccio.
Un abbraccio lunghissimo, che durerà tutto il sogno.
Passa la bara.
Guardo in faccia la persona che stavo stringendo.
E' la ragazza morta che insieme a me osserva la sua bara passare sotto ai nostri occhi.
Mi dice: "Mi sono suicidata perché lui mi ha lasciata".
Mi svegliano i singhiozzi.

E' interessante come questo sogno coincida con un periodo della mia vita in cui sto finalmente uscendo da una situazione particolarmente triste.
Mi piace pensare che nella bara ci sia l'anima della "vecchia Maddy", quella depressa e chiusa in casa, mentre fuori la "nuova" che la contempla con un sorriso malinconico ma sollevato.

Detto questo...
Buon San Valentino?
Ma vaffanculo.
Viva noi stessi piuttosto che l'amore!

giovedì 12 febbraio 2015

12 Febbraio

Questi giorni sono tornata in fissa con David Bowie.
Ma non volevo dirvi questo.
Ieri sono stata ad un concerto.
Alla batteria un tizio posato ma che i piatti li sfascia come pochi.
Voce e piano, un maschio riccio, magro, belloccio, aria da drogato e alcolizzato.
Ergo: affascinante.
Accento emiliano.
Il mio preferito.
Insieme al veronese.
E al torinese.
Ero in questo locale carino, camerieri vestiti in modo strambo, alla moda sia chiaro.
Dicevo.
Ero col mio bicchiere di Vodka liscia in mano, in prima fila.
Vestito rosso, stretto, cortissimo. Calze coprenti. Parigine con bordo in velluto a chiudere con un fiocco con perla. Stivali neri. Capelli sciolti. Smokey eyes. Rossetto 914 di Kiko. Blush leggero. Perle. Qualche anello argentato di Stradivarius.
La musica andava a ritmo con la mia testa che sorso dopo sorso cominciava a girare.
Lui cantava e mi guardava.
La verità è che era strafatto di qualcosa e quei occhi non fissavano me ma il vuoto.
Ma chissenefrega. Mi guardava dritta negli occhi, mentre cantava, facendomi lievemente imbarazzare. E' stato bellissimo. Deve avermi suonato qualche corda dell'anima. Sto stronzo di un musicista!
Ad un certo punto l'ho messo alla prova. Gli ho riso in faccia. E ha girato lo sguardo. Allora forse mi guardava.
Va beh non me ne frega un cazzo.
Comunque il tizio ha una voce da dio.
E quella tastiera non la stava suonando, praticamente la stava sfasciando.
Ogni tanto mentre cantava canzoni grottesche tipo "Non dirgli che siamo poliziotti altrimenti niente figa" oppure "Erezioni tristi per eiaculazioni moleste" o ancora "Per l'amore ci sono sempre i gatti" si alzava, scuoteva la testa, lanciava il microfono da una parte e continuava a suonare.

Conquistata.

Ciao Giacomo, see you in the next life!

giovedì 5 febbraio 2015

5 febbraio

-"Amore, ti amo. Sei mio."
-"No, tesoro. Io sono MIO."

Credo di essere stata l'unica donna sulla faccia della terra ad aver ricevuto una risposta così di merda ad una frase così dolce dal proprio compagno del cazzo.
Per fortuna è finita.

Ma non volevo dirvi questo.
Oggi voglio parlare di anelli di fidanzamento.

Mai avuto uno.
Il mio ex era troppo "moderno" per tali "sciocchezze".
Lui preferiva regalarmi piuttosto iPod o iPhone o qualche viaggio di tanto in tanto.
E a me la cosa andava ovviamente stra-bene.

Ma di cosa cazzo stavo parlando.
Ah.
Perché non sono contro gli anelli di fidanzamento.
Li adoro.
Sono stupendi.
E ve lo dice una non particolarmente avvezza al matrimonio.
Perché allora ne vorrei uno?
Semplice.
Un anello è un modo molto erotico che ha l'uomo per dire al mondo: "Uomini cagacazzo! Questa donna è MIA, ergo statele alla larga!".
L'anello di fidanzamento è quindi un'arma impropria contro i rompicoglioni che ci provano, ed è utile perché se sei in giro e qualcuno ti accimenta basta mostrargli l'anulare sinistro e quell'orgasmico scintillio e se il tipo non è un ladro seriale e non te lo frega, a quel punto scappa e si leva dal cazzo.
Per tua somma gioia.
Quindi credo che in questo senso sia più efficace di uno spray al peperoncino.

In un mondo dove le trentenni esibiscono anelli di fidanzamento e/o fedi nuziali io mi distinguo e vado in giro con gli anelli di H&M e Stradivarius.
Fighi.
Pagati un cazzo.
E quello con le pietruzze finte lo metto all'anulare sinistro, tanto per allontanare eventuali rompicoglioni o scoraggiare insistenti corteggiatori.
Perché tanto io so' moderna e il fidanzato non lo voglio.

Amen.

mercoledì 4 febbraio 2015

4 Febbraio

Letto.
Fuori diluvia.
L'incedere costante dell'acqua suona il tetto come un tamburello impazzito.
Il Macbookair 13 pollici, un carica batteria che funziona di merda, un pigiama di pile rosa salmone che mi elettrizza i capelli e la voglia di scrivere.

Endorfine lungo il corpo stanco.
Due ore e mezza di palestra: un'ora di tapis roulant, un'ora e mezza di scheda e due caramelle zuccherate per farmi ripigliare un po'.
E sudo.
E cerco di mettere 'sta benedetta massa.
Tra un affondo e l'altro guardo dei palestrati specchiarsi come dei coglioni... come nel film di Maccio Capatonda che ho visto ieri, cazzo.
Continuo a sudare tra una Glutei-Machine e una Chest-Press e tra altre cose che non riesco bene a definire.
Sento il tizio nel macchinario accanto emettere gemiti migliori del migliore orgasmo di Rocco Siffredi.
Tutto questo perché probabilmente sta soffrendo o forse pensa possa essere un efficace richiamo sessuale?
Sarà ma io non riesco a non ridere e faccio i miei Curl tra un ghigno malefico e una risata isterica.
Bella figura di merda, la mia.
Ora noto tizio vagamente anormale che mi fissa.
Ricollego.
Mi avrà mandato la richiesta di amicizia su Facebook tre volte, rifiutata tutte e tre.
Non mi piace, è strano. Lo terrò d'occhio.

Mascara.
Matita.
Ombretto.
Rimmel.
Primer.
Lucidalabbra rosa.
Il trucco resiste da 10 ore e me lo sono portato in palestra, un blush accennato per dare un tocco di vita ad un viso stanco.
Capelli lisci raccolti.
Leggins neri, maglietta fucsia stile vogatore.
Scarpe bianche e fucsia.
Asciugamano fucsia.
Ok, ho capito che mi piace il fucsia visto che c'ho pure le mutande così.

Torno a casa e mi mangio anche Cristo.
E poi il Tiramisù di mamma.
Tra un boccone e l'altro Bernini in TV, Tomaso Montanari spiega tra le altre cose l'opera che cambiò la mia vita: L'Estasi di Santa Teresa d'Avila.
Avevo dieci anni e andai dal prof lievemente inquietata chiedendo: "Ma se questa è una santa perché è in atteggiamenti amorosi?"
Mi mandò a posto con un "Sei troppo piccola" che mi salvò da una vita priva di curiosità.
Infatti passai gli anni successivi a cercare di capire cosa cavolo significasse quell'opera.
Ero troppo piccola, sicuramente, ma non troppo scema per non essere curiosa.

Ed è da lì che iniziò la mia passione per il mondo dell'arte: era un mattino invernale, fuori nevicava ed in aula non si faceva granché. Presi il libro d'arte, lo sfogliai e trovai L'Estasi di Santa Teresa e ruppi così le palle al prof ed il resto è "storia".

venerdì 30 gennaio 2015

31 Gennaio

La vita che scorre ma non palpita.
Smalto rosso.
Leggins neri con trama a pied de poule -ma che bel culo che mi fanno!-
Borsa figa, elegante e raffinata.
Esco.
Occhi annoiati.
Stomaco vuoto.
Umorismo svanito. Da mesi.
L'arte a la musica a consolare uno spirito rinsecchito.
Sono a rischio nichilismo.
Studio materie prive di emozioni, come me.
Tonifico il corpo in palestre piene di persone che fanno tapis roulant con lo smartphone in mano e che si guardano allo specchio.
Tutto mi sembra vuoto.
Anche il centro commerciale più pieno è vuoto.
Io sono vuota.
Vuota di passione e musica.
La vita che scorre ma non palpita ed un cuore che batte forte ma è solo tachicardia.

(-1 al ciclo)

"Le inutili macerie del tuo abisso", Ossi di Seppia,  Montale.

Peccato, Von Stuck.

martedì 27 gennaio 2015

27 Gennaio

Mai conosciuto.
Il mio nonno polacco mi è solo stato raccontato come un uomo molto patriottico, gran lavoratore, un ispettore testardo pieno di donne e che morì intorno ai 50 anni, ictus.
Lo ricordo oggi perché di lui conosco un po' la sua storia relativamente a Dachau.
Erano gli anni '40, aveva poco più di 20 anni e scappava dalla Polonia con suo fratello.
Direzione: Inghilterra.
Si fermarono a dormire in Germania dal marito della sorella, tedesco, il quale li tradì e chiamò i nazisti.
Finirono entrambi al campo.

Anni duri che lui racconta nelle lettere dirette a sua madre.
Non c'era niente da mangiare, faceva freddo e spesso per punirli li facevano dormire sopra i cadaveri.
Se ti beccavano a mangiare il raccolto dei campi, venivi fucilato.
Si legge anche che su di loro venissero fatti dei test ed esperimenti.

Mio nonno venne liberato il giorno prima che i tedeschi avessero in previsione di ammazzarli tutti.
Un miracolato di 40 kg scarsi, completamente shockato e mandato in Italia a seguire una "dieta mediterranea" per recuperare la salute persa.
E venne mandato a San Gerusalemme del Tronto dove conobbe nonna e pochi mesi dopo la sposò.

Cercando su Internet il suo nome e il cognome ho trovato dati significativi come il giorno che entrò al campo e il numero identificativo.

Numeri che ogni volta mi mettono i brividi e mi emozionano con una stretta al cuore.


Di mio nonno mi viene raccontato che a Dachau ebbe un comportamento valoroso tanto che un suo compagno di campo, un medico, una volta uscito, scrisse un libro sul lager scrivendo di come nonno lo avesse aiutato a sopravvivere in quegli anni togliendosi spesso del cibo per darlo a lui.

Internet mi ha anche permesso anni fa di entrare in contatto con la figlia di un superstite di Dachau che si ipotizza conoscesse mio nonno.

E a me piace crederlo.

Ogni famiglia ha purtroppo una storia da raccontare relativamente a quegli anni pieni di dolore e povertà ed è bene raccontarle per mantenere viva la memoria di quelle atrocità.

In foto una delle tante riunioni dei superstiti a cui nonno partecipò.

domenica 25 gennaio 2015

25 Gennaio

Due mattine fa sognai lo spettro di David Bowie che mi parlava.
Molto surreale.
Vedevo al buio solo il suo viso, enorme e sembrava mi parlasse con gli occhi.
Inquietante.
Al risveglio capii che avrei dovuto cambiare qualcosa della mia vita: optai per la disposizione dei mobili in camera.
Oggi sono passate 48 ore dalla nuova disposizione e mi sento una donna nuova.

Mi sono persino iscritta in palestra, la prima volta in 33 anni.
Ho provato l'ellittica e mi è sembrato subito uno strumento agghiacciante.
Una specie di biglietto da visita per il proprio culo.
Sei lì a chiappe in fuori che sembra urlino "Guardate il mio culooooo".

Va beh, minimizziamo.

Ho sentito S. la mia amica single. Eh niente... si è innamorata.
E' strano.
Mi racconta di quello che prova, delle follie che lui fa per lei e lei fa per lui e improvvisamente riemergono ricordi lontani sepolti da tonnellate di polvere.
Penso alla tenerezza di quegli anni di me completamente abbandonata all'amore, spensierata, sciocca e terribilmente felice.
Mi dico che un giorno tutto questo si ripresenterà, che arriverà qualcuno che tornerà a farmi essere più ottimista, riuscirà ad aprire il riccio che sono diventata, la cinica di merda, l'acida del cazzo che un po' mi piace ma un po' ha iniziato a rompermi i coglioni.

Nel frattempo faccio finta che l'amore non esiste, per me ci sono lo studio, il lavoro, gli amici, qualche viaggetto, la palestra, l'arte, la musica, la mia famiglia, i due cani, il gatto, la crostata con la crema, il cioccolato allo zenzero, le lasagne, le olive ascolane, lo shopping con le amiche, le belle cene in quel ristorante chic della zona, lo Xanax, il Gaviscon e le puntate di Sex And The City la sera dopo cena.

E un tenero fanculo a quello che (per ora) non ho.